Intervista a Barbara Garlaschelli: la talentuosa scrittrice con la visione olistica dell’arte.

Barbara Garlaschelli
La scrittrice Barbara Garlaschelli

Barbara sono felice d’incontrarti nel mio salotto virtuale. Un luogo arredato semplicemente, ma con un grande camino e alcune librerie di legno alle pareti che lo rendono accogliente e caldo. Lo definirei una spa per l’anima, racchiusa all’interno di una bolla di sapone sospesa tra lo spazio e il tempo, o più semplicemente una sdraio collocata sulla riva del mare che divide la dimensione dello spirito da quella terrena. Qui incontro gli amici, per cui l’arte rappresenta un ponte tra il loro sconfinato universo interiore e l’esterno infinito cosmico. Ho fatto questa premessa, non solo per darti il benvenuto, ma per comunicarti quanto desideri che la nostra conversazione sia qualcosa di più di una fredda intervista da lanciare sul web, piuttosto un dono che fai a me, prima che ai lettori, di condivisione del tuo eccezionale vissuto. Partiamo?

Volentieri, David.

Prima di parlare della scrittrice di successo dal grande talento, vorrei conoscere la donna Garlaschelli. La tua vita è stata segnata dall’incidente avvenuto nel 1981 in Liguria, ad Arma di Taggia. A soli quindici anni, a seguito di un tuffo che ti portò a urtare uno scoglio sommerso, subisti la rottura della quinta vertebra cervicale. Come tu stessa hai scritto «Avevo lasciato la mia casa reggendomi sulle gambe, ci tornavo spingendomi su una sedia a rotelle» (“Sirena” pag. 113, Laurana Editore). Eri caduta nel baratro dell’esistenza, non solo sogni e speranze di un’adolescente spezzati, ma soprattutto limitazioni fisiche che ostacolavano ogni azione quotidiana. Vivere, subito dopo l’incidente, era diventato sopravvivere, ma per fare questo serve una grande motivazione. Come l’hai trovata? 

La motivazione stava nella voglia di vivere di una ragazza di quindici anni che, pur avendo compreso subito la gravità di ciò che le era accaduto, aveva dalla sua parte la forza dell’inconsapevolezza e soprattutto un padre, una madre e degli amici incredibili che non l’hanno mai lasciata sola. Il mantra era “riprendermi tutto il possibile”.

Le sfide esistenziali si affrontano da soli, così come si nasce e si muore. Siamo noi a pagare le conseguenze delle scelte fatte ai bivi. La salita dalla valle di lacrime alla cima della montagna illuminata richiede sofferenza, fiacca il cuore, soffoca il respiro; nessuno la può fare per noi. Tuttavia, qualcuno può indicarci la strada e spronarci lungo il cammino. Dalle mie fonti, emerge una figura importante nella tua vita, volitiva, carismatica, aspramente premurosa e amorevole con te. Mi sto riferendo a tuo padre, Barbara. Un uomo che quando eri  a fare la riabilitazione a Hildeberg, pochi mesi dopo l’incidente, ti scrisse una lettera meravigliosa, di cui un passo riportava queste parole: “…avrai dalla vita tutto quello che tu vorrai avere e se non lo avrai è perché non lo hai voluto”. Ti prego parlami del tuo rapporto con lui.

Io e mio padre, da sempre, abbiamo avuto un rapporto simbiotico. Ciò ha facilitato il dover affrontare alcune situazioni che la mia totale dipendenza, dopo l’incidente, ha comportato. C’era complicità, intesa, rispetto, stima. Un amore totale e totalizzante. Eravamo amici, ma in primis era mio padre. Questo non l’ho mai perso di vista e lui non lo avrebbe mai permesso. Alla base, quindi, non c’era una situazione fintamente paritaria, ma di riconoscimento e rispetto dei ruoli – io figlia, lui padre – che hanno rafforzato il nostro legame. Mi ha salvato la vita e mi ha permesso di diventare la donna che sono, amandomi ma non consentendomi mai di cedere alla disperazione. Anche quando eravamo entrambi disperati.

E poi ridevamo molto insieme. Lui era un uomo carismatico che amava le persone, la cultura (mi ha trasmesso la passione per i libri), il fare (aveva mani straordinarie con le quali lavorava e creava cose bellissime), l’impegnarsi per gli altri. Era stato anche un sindacalista: mi ha insegnato a battermi per ciò che credevo, a non nascondermi, ad affrontare a viso aperto ogni aspetto della vita.

Quando è morto, qualcosa in me si è spezzato, ma non ho smesso di essere la donna che ha imparato la sua più grande lezione: amare la vita, anche quando ti sembra impossibile; mirare agli obiettivi e cercare di raggiungerli, lavorando con onestà; guardarsi allo specchio e essere soddisfatta di sé.

Ci è voluto del tempo per imparare ad accettare i miei momenti di debolezza. Fu difficile perché lui ha sempre preteso molto da me, ma anche dato moltissimo, fino alla fine della sua vita. Non c’è niente di cui non abbiamo parlato. Non ho il rimpianto del “avrei potuto dirgli e non l’ho fatto”. Ho solo il dolore del non essere stata con lui quando è morto, nel momento esatto intendo, e di non averlo potuto abbracciare nel letto su cui era disteso per via della mia sedia a rotelle. Lì è stata una delle volte che ho sentito, terribile, il peso della disabilità.

Ho sofferto molto durante la sua malattia e dopo la morte, ma ora è dentro di me, ogni giorno. Lo so per il semplice motivo che non lo dimentico mai e, quando il pensiero vola a lui,  percepisco una serenità che mi pareva impossibile da poter raggiungere.

Barbara, ti sei laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, il desiderio di diventare una scrittrice è nato prima della scelta della facoltà o si è sviluppato nel corso degli studi?

Il desiderio di diventare scrittrice c’è sempre stato. Già da bambina ero una forte lettrice e il mio desiderio più grande era quello di raccontare storie, di scriverle, di emozionare tanto quanto io mi emozionavo leggendo i tanti libri che hanno accompagnato la mia infanzia e poi adolescenza.

La scrittrice Barbara Garlaschelli con il marito Giampaolo Poli.

Hai conosciuto Tecla Dozio, la signora in giallo, fondatrice della mitica “Libreria del Giallo – La Sherlockiana” di Milano, che sdoganò questo genere quando ancora veniva considerato “Spazzatura”. Una donna coraggiosa, oltre che una seria professionista animata da una grande passione per la letteratura, che purtroppo è venuta a mancare nel febbraio del 2016. A metà degli anni ‘90 le avevi fatto leggere il dattiloscritto di “O ridere o morire”. Dopo aver rivisto i racconti insieme a te, telefonò a Marco Zapparoli, creatore nel 1981 con Marco Franza della casa editrice Marcos y Marcos, altra icona del fermento “culturale – letterario” che ancora si poteva respirare nel capoluogo lombardo in quel periodo. Anche se un po’ restio, accettò di leggere il tuo lavoro. Il giorno dopo ti chiese di diventare il tuo editore. Barbara, cosa provasti quando ti comunicò che credeva nella tua opera e ti avrebbe pubblicato? Era una realtà editoriale importante in quegli anni, eri diventata una scrittrice a tutti gli effetti.

Ero incredula, stupefatta, felice. Zapparoli non sapeva nemmeno che faccia avessi perché era stato mio padre a portargli il dattiloscritto, dal momento che gli uffici della casa editrice erano al secondo piano di un edificio senza ascensore. Tecla è stata la mia mentore. Davanti a me, in libreria, al telefono, aveva detto a Marco (oberato, come puoi immaginarti,  di dattiloscritti): “Fidati, quando inizierai a leggerli non smetterai più.” E così è stato. Il mio sogno è diventato realtà.

Scrivere richiede molto impegno, energia; è molto faticoso. Certo, tutto dipende dalla qualità che uno scrittore vuole dare alla sua produzione, tuttavia, quando cerchi l’eccellenza, anche la più grande passione diventa sacrificio, dedizione, disciplina, metodo. Barbara, oltre tutto questo, per te ci sono difficoltà legate alla tua disabilità che riduce la mobilità delle mani. Inoltre, un autore non si limita alla sola scrittura, ma deve svolgere anche attività di ricerca, di pubbliche relazioni, di tanta lettura, di tour di presentazioni. Descrivimi una tua tipica giornata di lavoro. Quanto tempo riesci a dedicare alla stesura dei testi?

Dipende, non sono una di quelle scrittrici che dedicano lo stesso numero di ore al giorno per scrivere, ma quando sono in piena lavorazione posso rimanere attaccata alla tastiera del pc per molto, molto tempo, correggendo fino al giorno prima dell’andata in stampa. Se fosse per me continuerei a rivedere le mie opere all’infinito.

Sei una donna forte, questo è già emerso dalla nostra conversazione, ma è soprattutto il tuo agire a dimostrarlo. Nel corso di una presentazione ti fu posta la domanda di quanto avesse influito la disabilità nella tua vita, tu rispondesti: “Se da grande avessi voluto fare la ballerina, lo avrebbe fatto molto di più di quello che è stato, ma desideravo fare la scrittrice…”. La tua lucidità è fuori dal comune, ma ciò che ammiro di più in te è l’ironia con cui affronti te stessa e gli eventi. E’stata da sempre parte del tuo carattere o ha messo radici in te e si è sviluppata nel corso degli anni?

Ha sempre fatto parte di me, poi è diventata vitale. “O ridere o morire”…

La scrittrice Barbara Garlaschelli durante un reading musicale

Ormai non si contano più le tue pubblicazioni e i riconoscimenti ricevuti. Nel dicembre del 2004 con “Sorelle”, edito da Frassinelli, vinci il Premio Scerbanenco, nel 2010 con il romanzo storico – psicologico “Non ti voglio vicino”, edito sempre da Frassinelli, sei stata finalista al Premio Strega e vincitrice del Premio Biennale di Narrativa “Matelica – Libero Bigiaretti”, del Premio Università di Camerino, del Premio Alessandro Tassoni, del Premio Letterario Chianti. I tuoi romanzi e racconti sono tradotti in francese, spagnolo, olandese e serbo. Il tuo talento di scrittrice è indiscusso e consolidato. Tuttavia, una cosa che non tutti sanno è che Barbara incarna la figura dell’artista a 360 gradi. Ami le contaminazioni con altre forme di espressione artistica come il teatro e la musica. Ho un piacevole ricordo di quando partecipai a Grosseto alla presentazione del tuo libro “Non volevo morire vergine” (Piemme 2017): un vero e proprio reading musicale con una strepitosa Stefania Carcupino alla fisarmonica.

L’influenza delle arti l’una nell’altra, ma soprattutto il lavoro in team, sono punti sui quali sono molto sensibile. Li ritengo fondamentali nel mio mestiere di scrittrice che è molto solitario. La sinergia e la contaminazione stimolano la creatività e la sublimano. Con Stefania non abbiamo solo dato vita al reading musicale da “Non volevo morire vergine”, ma prima ancora a quello tratto dalle “Ballate Controvento”. Inoltre, l’anno scorso, lo abbiamo fatto per il romanzo “Il cielo non è per tutti”. In questo caso abbiamo aggiunto alla musica anche le arti visive, con le straordinarie fotografie di Sandra Giammarruto. Mi sono ispirata ai suoi scatti per scrivere le ballate con le quali presentavo i personaggi del libro invece che leggere pagine del romanzo.

David, ti anticipo una cosa… Il 5 marzo uscirà il mio nuovo libro “Caduta dentro un no”: una raccolta di ballate a cura di Elena Mearini, per Morellini editore, le quali vedranno l’apporto di altri quattro artisti e una novità credo assoluta, ma che non voglio svelare perché la si scoprirà acquistando il libro. Quello che ti posso dire è che sarà un evento straordinario per me, per noi che ci abbiamo lavorato e cioè di nuovo Stefania Carcupino, Michael Fortunati, Viviana Gabrini e  Giovanni Rosa. La copertina, stupenda, è di Sandra Giammarruto che mi accompagna spesso nelle mie avventure letterarie insieme a Viviana Gabrini che, con  molti altri scrittori, compresa la comune amica  Roberta Lepri, fanno parte del mio sito letterario sdiario.com, una creatura a cui tengo molto, insieme a Bagar la mia parte artistica e grafica.  

Barbara, si dice che accanto a un grande uomo ci sia sempre una grande donna, io credo sia vero anche il contrario. Ti va di parlarmi di tuo marito Giampaolo Poli?  Come hai conosciuto questo affascinante uomo?

E’ una storia bellissima che in tanti conoscono ma che è troppo lunga da raccontare e adesso sono un po’ stanca. Le interviste mi sfiancano. Una cosa te la dico, però: è l’uomo che se avessi dovuto disegnare,  difetti compresi, l’avrei fatto proprio così com’è. 

Ormai si è fatto tardi e siamo arrivati alla fine di questa nostra piacevolissima chiacchierata.  Tuttavia, non ti voglio lasciare prima di confessarti la stima che ho per te come donna, prima ancora che come scrittrice. Sei riuscita negli anni a rimanere semplice e disponibile, incarnando molti dei valori per cui lotti. Non c’è dicotomia tra ciò che sei e l’immagine pubblica che vuoi far passare. Questo lo possono attestare le persone che ti sono più vicine, ma anche i migliaia di fan che ti contattano sui social, per i quali hai sempre una parola, un saluto, una gentilezza. Barbara, un abbraccio… è stato un onore per me intervistarti.

David, ti ringrazio per l’ospitalità e la bellezza delle domande.

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